La Francia vieta i social agli under 15, il Moige: “Legge debole, mancano gli strumenti per applicarla”


Riceviamo in Redazione e ripubblichiamo l’articolo de Il Giorno, ed. Milano, del 24/07/2026, a firma di JESSICA MULLER CASTAGLIUOLO (leggi l’articolo originale su: Il Giorno – Milano, Cronaca)

Antonio Affinita, portavoce del movimento che fa causa a Meta e TikTok: “Ci sono almeno quattro punti che non ci convincono nella normativa transalpina, dalla mancata esplicitazione degli obblighi per le piattaforme all’impossibilità di avere un meccanismo affidabile per la verifica dell’età”


La Francia è il primo Paese europeo a vietare l’uso dei social ai minori di 15 anni. Una legge che però ha fatto discutere sul piano applicativo. La questione è calda anche in Italia, dove diverse famiglie hanno sposato la class action di Moige, il movimento italiano dei genitori, trascinando Meta e TikTok davanti al Tribunale delle Imprese di Milano. Ma anche per chi lotta contro i design aggressivi e gli algoritmi ipnotizzanti dei social, la legge francese, pur avendo un significato forte sul piano politico, è “tecnicamente e giuridicamente instabile”.

Questo perché, appunta il comitato dei genitori, non esiste a oggi un meccanismo sanzionatorio autonomo, né tanto meno una modalità reale di verifica dell’età.

Antonio Affinita, lei è direttore e portavoce di Moige. Portate avanti la vostra battaglia contro i colossi del web, eppure questa legge proprio non vi soddisfa?

“No, a nostro avviso ci sono delle debolezze strutturali che, tra l’altro, gli stessi organi consultivi francesi ed europei hanno segnalato durante l’iter parlamentare”.

Quali?

“Dall’analisi giuridica che abbiamo condotto ci sono almeno quattro punti che non ci convincono. Il primo è l’incompatibilità con la legge europea e, in particolare, con il Digital services act (Dsa), che limita la capacità degli Stati membri di imporre obblighi aggiuntivi diretti alle piattaforme. In pratica, la legge francese si limita a dichiarare che ‘l’accesso è vietato ai minori di 15 anni’ senza imporre esplicitamente obblighi alle piattaforme. Si tratta di un artificio giuridico: la Francia dichiara nulli i contratti tra minori e piattaforme, aggirando così il divieto diretto, ma creando di fatto un obbligo indiretto di verifica dell’età che rischia comunque di scontrarsi con l’armonizzazione del Dsa”.

Quindi le piattaforme non possono essere obbligate né tanto meno sanzionate dalla Francia?

“Esatto, è del tutto assente un reale meccanismo sanzionatorio. La legge elimina il potere agli organismi governativi di imporre misure alle piattaforme inadempienti. Questo lascia un vuoto: per le grandi piattaforme extraeuropee come Instagram, TikTok o Snapchat, la giurisdizione sanzionatoria finisce per ricadere sulla Commissione europea tramite il Dsa, non su un’autorità nazionale francese. La Francia adotta una legge la cui applicazione dipenderà dalle autorità di altri Stati membri o dalla Commissione. In altre parole, il Paese ha votato un divieto senza disporre degli strumenti coercitivi per farlo rispettare autonomamente”.

E quindi chi verifica l’età?

“Questo è tutto da vedere. Anche ammettendo la piena legittimità europea della norma, resta un ostacolo tecnico non risolto: non esiste oggi un sistema di verifica dell’età che sia insieme affidabile, rispettoso della privacy e operativo su scala. I portafogli di identità digitale europei previsti dal regolamento UE non saranno operativi prima della fine del 2026 e le condizioni precise per il loro utilizzo nella verifica dell’età sono ancora in fase di definizione da parte della Commissione insieme alle autorità nazionali di coordinamento dei servizi digitali. Questo significa che i sistemi di controllo non saranno pronti prima dell’inizio del 2027, cioè dopo la scadenza di settembre 2026 fissata dal governo francese”.

E il quarto punto di debolezza?

“L’indeterminatezza dell’oggetto del divieto. Il testo non nomina esplicitamente le piattaforme soggette alla norma. Resta inoltre incerto il trattamento delle funzionalità ‘semi-pubbliche’ dei servizi di messaggistica istantanea e delle funzioni sociali integrate in videogiochi online, che il governo intende includere nel divieto solo tramite dichiarazioni esplicative, senza un fondamento altrettanto chiaro nel testo di legge. Questa imprecisione lessicale apre la porta a contenziosi interpretativi e a un’applicazione disomogenea da parte degli operatori”.